Geppino Micheletti, quando curare significa servire la persona

 
Geppino Micheletti, quando curare significa servire la persona

Ci sono figure che appartengono alla storia e altre che, proprio attraverso la storia, continuano a parlare alla nostra coscienza. Geppino Micheletti appartiene certamente alla seconda categoria.

Nato a Trieste nel 1905, medico e chirurgo, Micheletti svolse gran parte della sua professione a Pola e, dopo l’esodo, continuò la sua attività a Narni, dove divenne primario dell’ospedale. La sua preparazione professionale fu accompagnata da una straordinaria dedizione al lavoro: la documentazione sulla sua vita lo descrive come un professionista brillante e versatile, capace di coniugare competenza, rigore e senso del dovere. Ma è il 18 agosto 1946, durante la strage di Vergarolla, che la sua figura assume una dimensione umana difficilmente dimenticabile. Dopo l’esplosione che provocò numerose vittime, Micheletti rimase per oltre ventiquattro ore nell’ospedale di Pola a curare i feriti. In quelle stesse ore seppe di avere perduto i suoi due figli e altri familiari. Nonostante un dolore personale immenso, continuò ad assistere coloro che avevano bisogno delle sue cure. Per questo esempio di abnegazione ricevette la Medaglia d'argento al valor civile.

Non considero però Micheletti soltanto un «medico eroe». Questa definizione, pur comprensibile, rischia quasi di allontanarlo dalla nostra quotidianità. Ciò che più mi colpisce nella sua vicenda è infatti la normalità con cui egli interpretava il proprio dovere: essere medico significava, prima di tutto, essere accanto a una persona sofferente.

Anche dopo l’esodo, a Narni, continuò a esercitare la professione con la stessa dedizione. Le testimonianze ricordano un uomo che non considerava il proprio incarico una semplice occupazione, ma una responsabilità verso i malati affidati alle sue cure.

È proprio questa testimonianza di umanità e di servizio che mi ha spinto a dedicare a Geppino Micheletti il mio libro intitolato Campus Lucis. Ho voluto che il suo nome rimanesse legato a un’opera che, attraverso la fantasia e la narrazione, richiama valori che considero fondamentali: il rispetto della vita, la solidarietà, il coraggio, la responsabilità e la capacità di prendersi cura dell’altro.

Oggi la medicina dispone di conoscenze e strumenti che Micheletti non avrebbe neppure potuto immaginare, ma nessuna tecnologia può sostituire completamente ciò che accade quando un medico guarda negli occhi una persona malata e riconosce, prima della sua patologia, la persona che soffre.

Per questo credo che la memoria di Geppino Micheletti debba essere consegnata soprattutto ai medici di oggi e di domani. Non come un modello irraggiungibile, ma come un richiamo alla ragione più profonda della professione: mettere la propria competenza al servizio dell’essere umano, soprattutto quando è più fragile, impaurito e bisognoso.

La sua eredità, in fondo, può essere racchiusa in una semplice convinzione: la professionalità cura il corpo, ma è l’umanità del medico a non far sentire solo chi soffre. E questa è una lezione che nessun progresso della medicina dovrebbe mai farci dimenticare.


 

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