Campus Lucis: il desiderio di raccontare la bellezza del vivere insieme

  

Campus Lucis:

il desiderio di raccontare

la bellezza del vivere insieme

Scrivere Campus Lucis è stato, prima ancora che un’esperienza letteraria, un viaggio interiore. Quando ho iniziato a immaginare il borgo nel quale si svolgono le vicende del romanzo, non avevo intenzione di costruire semplicemente un luogo ideale nel quale ambientare una serie di racconti. Sentivo piuttosto il bisogno di dare forma a una domanda: come potrebbe essere la vita degli uomini se tornassero a considerare la fede, la famiglia, il lavoro, la solidarietà, la natura e la comunità come realtà intimamente unite tra loro?

Da questa domanda è nato Campus Lucis, un romanzo che non vuole presentare un mondo perfetto, né proporre al lettore una fuga dalla realtà. Il mio “borgo” è soprattutto un’immagine, una possibilità, quasi una finestra aperta su un modo diverso di concepire l’esistenza. È un borgo nel quale le persone si conoscono, lavorano insieme, pregano, si aiutano, educano i più giovani, assistono gli anziani e cercano di affrontare le difficoltà senza perdere il senso della comunità.

Il titolo stesso racchiude, almeno nelle mie intenzioni, il significato più profondo dell’opera. Campus Lucis, «campo della luce», richiama uno spazio nel quale la vita quotidiana viene illuminata da una presenza più grande dell'uomo. Il campo è il luogo del lavoro, della fatica, del raccolto e della condivisione; la luce è quella della verità, della fede, della speranza e, per un cristiano, di Cristo. Non a caso la presentazione editoriale dell'opera sottolinea proprio il rapporto tra la vita comunitaria del borgo di Vicus Silvanus, la spiritualità e la natura.

Ho voluto raccontare soprattutto la normalità del bene. Per questo nel romanzo non ci sono soltanto grandi discorsi o momenti eccezionali. Ci sono persone che vendemmiano, che raccolgono il miele, che tagliano la legna, che lavorano negli orti, che preparano il pranzo, che accompagnano i ragazzi, che visitano gli anziani, che portano aiuto alle comunità vicine. Ci sono bambini che giocano, giovani che fanno domande, adulti che lavorano e anziani che osservano con benevolenza il mondo che continua a vivere.

È proprio questa quotidianità, a mio avviso, uno degli aspetti più importanti del libro. La fede non viene presentata come qualcosa di separato dall’esistenza. Al contrario, entra nelle giornate degli abitanti del borgo di Vicus Silvanus e le accompagna. Le lodi del mattino, la preghiera, la Messa, i vespri, la catechesi e i momenti di silenzio convivono con il lavoro, con il pranzo, con le passeggiate, con le conversazioni e persino con la fatica.

Nel romanzo ho dato particolare spazio alla liturgia e alla tradizione cristiana perché considero la fede non soltanto una convinzione personale, ma una dimensione capace di plasmare una comunità. La presenza della Messa celebrata in vetus ordo, dei monaci benedettini e delle monache carmelitane nasce da questa convinzione: la spiritualità cristiana possiede una ricchezza immensa, fatta di silenzio, preghiera, studio, contemplazione, lavoro e servizio.

Ma Campus Lucis non è soltanto un libro sulla fede degli adulti. Una parte importante della narrazione riguarda i bambini, gli adolescenti e i giovani. Ho voluto ascoltare attraverso i loro dialoghi le domande che spesso appartengono a ogni età: chi è Dio? Perché esiste il dolore? Che cosa significa morire? Che cosa significa amare? Perché dobbiamo pregare? Come possiamo affrontare le difficoltà della vita?

Per questo nel libro compaiono incontri, catechesi, colloqui spirituali e momenti di riflessione. Non volevo rappresentare i giovani come persone che devono semplicemente ricevere risposte dagli adulti, ma come protagonisti di un cammino nel quale anche le loro domande possono aiutare una comunità intera a riflettere.

Don Giustino, il parroco di Vicus Silvanus, rappresenta in modo particolare questa idea di accompagnamento. Non è semplicemente colui che celebra la Messa o impartisce insegnamenti religiosi. È una presenza paterna, capace di ascoltare, di incoraggiare, di correggere con benevolenza e di stare accanto alle persone nei diversi momenti della loro vita.

Accanto a lui ci sono i monaci benedettini di sant’Apollinare, le Carmelitane, le famiglie, gli anziani e i giovani. Ognuno contribuisce, secondo la propria vocazione, alla costruzione del bene comune. Anche questo è un elemento che mi stava particolarmente a cuore: nessuno vive veramente soltanto per se stesso.

Un altro grande protagonista del romanzo è la natura. I boschi, i campi, gli uliveti, le vigne, i corsi d'acqua, gli stagni, i laghetti e le montagne non costituiscono semplicemente lo sfondo delle vicende. Sono parte integrante della narrazione. Attraverso il paesaggio ho cercato di restituire al lettore un senso di quiete e di contemplazione.

Il borgo di Vicus Silvanus nasce infatti in un territorio nel quale l’uomo non domina la natura, ma vive con essa. Il lavoro agricolo diventa così anche un modo per riconoscere che la terra è un dono e che ogni raccolto porta con sé qualcosa di misterioso: l'uomo semina e lavora, ma non può comandare alla vita di nascere.

La solidarietà tra le comunità del Campus Lucis nasce dalla stessa visione. Vicus Silvanus non è un'isola chiusa in se stessa. I suoi abitanti aiutano i piccoli borghi vicini, condividono prodotti, conoscenze e lavoro. Il viaggio di Ciro e MariaLucia verso Santa Rita, così come altre vicende narrate nel libro, vuole ricordare che una comunità è realmente viva quando sa aprire le proprie porte agli altri.

Ho cercato inoltre di dare spazio alle diverse età della vita. Nel romanzo ci sono bambini che scoprono il significato della morte e della resurrezione, giovani che interrogano i sacerdoti e le monache, adulti impegnati nel lavoro e nella famiglia, anziani che custodiscono memoria ed esperienza. In questo modo ho voluto suggerire che la vita comunitaria diventa più ricca quando ogni generazione riesce a donare qualcosa alle altre.

Anche per questo considero Campus Lucis un libro destinato a lettori di età diverse. Un ragazzo può incontrarvi le domande dei giovani protagonisti; un adulto può riconoscere il desiderio di una vita più ordinata e solidale; un anziano può ritrovare il valore della memoria, della preghiera e della trasmissione della propria esperienza.

Naturalmente il mondo di Vicus Silvanus è un mondo immaginario. Non pretende di essere la fotografia di una società realmente esistita. È piuttosto una costruzione narrativa attraverso la quale ho cercato di interrogare il presente. In un'epoca nella quale molte persone sperimentano solitudine, frammentazione e difficoltà nel costruire relazioni durature, ho voluto domandarmi se sia ancora possibile immaginare una comunità nella quale la persona non venga considerata soltanto per ciò che produce o possiede.

La risposta che ho cercato di affidare alle pagine del romanzo è positiva.

Credo che sia ancora possibile costruire relazioni fondate sulla fiducia. Credo che il lavoro possa tornare a essere anche occasione di collaborazione. Credo che i bambini abbiano bisogno di adulti capaci di ascoltarli e guidarli. Credo che gli anziani possano offrire una ricchezza che nessuna tecnologia può sostituire. Credo che la natura debba essere rispettata. E credo, soprattutto, che la fede possa ancora illuminare l'esistenza senza sottrarre nulla alla libertà dell'uomo.

Se c’è un desiderio che mi ha accompagnato durante la scrittura, è quello di offrire al lettore qualche momento di respiro. In un mondo spesso dominato dalla velocità, dal rumore e dalla continua esposizione a immagini e informazioni, ho voluto scrivere pagine nelle quali sia possibile fermarsi: ascoltare una campana, osservare un tramonto, camminare lungo un sentiero, assistere alla preghiera di una comunità, sedersi sull'erba, condividere un pasto, ascoltare una domanda di un ragazzo.

Forse è proprio in queste cose semplici che possiamo tornare a riconoscere ciò che conta.

Campus Lucis nasce dunque dal desiderio di raccontare la bellezza di una vita nella quale fede e quotidianità non sono nemiche, ma possono sostenersi reciprocamente. È un romanzo sulla comunità, ma anche sull'uomo; sulla tradizione, ma anche sul futuro; sulla natura, ma soprattutto sulla ricerca di un significato.

Se queste pagine riusciranno a suscitare nel lettore una domanda, un ricordo, un desiderio di preghiera, una maggiore attenzione verso una persona sola o semplicemente qualche minuto di serenità, allora sentirò che il viaggio a Vicus Silvanus non sarà stato inutile.

Perché, in fondo, questo è ciò che ho cercato di raccontare: la luce non elimina le difficoltà della vita, ma ci insegna a percorrerle senza smarrire la strada.

(Fulvio Badini - Tranchese) 

Per informazioni e per reperire il volume cliccare sulla piattaforma di Youcanprint al seguente link: Campus Lucis  


 

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