Primo Capitolo del romanzo "Coraggio, sono io, non abbiate paura!".

 

Ai miei lettori propongo il primo capitolo di un nuovo romanzo che sarà pubblicato entro ottobre 2026.  

Capitolo I

Il mulino nella valle

La valle si apriva tra le colline come una conca verde e silenziosa, quasi nascosta agli occhi degli uomini. Dalle pendici boscose scendevano piccoli ruscelli che, dopo aver attraversato prati ricchi di erba e di fiori selvatici, si riunivano in un corso d’acqua più grande. Il torrente correva poi verso il fondo della valle, dove le sue acque azionavano la grande ruota di un antico mulino costruito in pietra e legno. Le sue pareti, annerite dagli anni e dalle stagioni, sembravano appartenere alla montagna stessa. Il tetto, coperto di tegole ormai ricoperte in parte dal muschio, sporgeva sopra una piccola veranda dalla quale si poteva osser­vare il torrente. La ruota, grande e robusta, gira­va senza fretta sotto la spinta dell’acqua. Ogni volta che una pala si riempiva, si udiva un rumo­re sordo; poi l’acqua precipitava nel torrente e la ruota continuava il suo movimento lento e rego­lare.

Era un luogo nel quale il tempo sembrava ave­re imparato a camminare piano.

Al mattino, quando la nebbia si sollevava dalle acque, la valle appariva avvolta in una luce palli­da. Gli alberi sembravano emergere da un mare bianco e sulle foglie rimanevano piccole gocce che brillavano quando il sole riusciva a farsi stra­da tra i rami.

Nelle ore più calde, invece, il cielo diventava limpido e profondo. Le colline si ricoprivano di una luce dorata e nei prati si udivano il ronzio degli insetti in cerca di nettare, il canto degli uc­celli e il fruscio dell’erba mossa dal vento. Quan­do arrivava la sera, le ombre dei boschi si allun­gavano lentamente sui prati e il torrente riflette­va gli ultimi colori del cielo.

Il vecchio che abitava nel mulino conosceva tutti quei rumori.

Conosceva il modo in cui il vento attraversava i rami prima dell’arrivo della pioggia. Sapeva ri­conoscere, dal rumore dell’acqua, quando il tor­rente era cresciuto dopo un temporale sulle mon­tagne. Conosceva gli animali che scendevano du­rante la notte per bere e quelli che si nasconde­vano nel fitto del bosco. Ma soprattutto conosce-va le storie.

Nessuno sapeva dire con certezza quanti anni avesse. Alcuni sostenevano che fosse arrivato al mulino quando era ancora giovane; altri raccon­tavano che vi abitasse da così tanto tempo da aver conosciuto persone ormai morte da molti decenni. Il vecchio non sembrava interessato a correggere nessuno.

Aveva una barba ormai completamente bian­ca, capelli dello stesso colore e occhi limpidi, ca­paci di diventare severi quando parlava di cose importanti e di sorridere improvvisamente quan­do ricordava qualcosa di bello.

Aveva pochi mobili, alcuni utensili, un vecchio tavolo di legno, una sedia robusta, una libreria ben fornita di volumi e una grande cassapanca nella quale custodiva oggetti che nessuno aveva mai visto aprire. Sul tavolo teneva sempre una brocca d’acqua e qualche pezzo di pane. Non ave­va bisogno di molto altro.

Diceva che l’uomo, quando possiede troppe cose, rischia di non accorgersi più di quelle vera­mente importanti.

Gli abitanti dei villaggi vicini lo rispettavano. Quando qualcuno aveva bisogno di un consiglio, spesso percorreva il sentiero che conduceva al mulino. Il vecchio ascoltava prima di parlare. Non dava risposte rapide e non pretendeva di co­noscere tutto. Diceva spesso che una risposta data troppo in fretta poteva essere peggiore di una domanda rimasta senza risposta.

La sua fama, però, era soprattutto legata alle storie che conosceva.

Raccontava di re e di contadini, di viaggiatori e di soldati, di popoli scomparsi e di città che un tempo erano state grandi e potenti. Conosceva le vicende di antiche guerre e le imprese di uomini coraggiosi, ma non amava celebrare la guerra.

Quando raccontava di una battaglia, parlava prima di tutto degli uomini che non erano tornati a casa, delle madri che avevano atteso inutilmen­te i figli, dei bambini rimasti senza padre e dei villaggi che avevano dovuto ricominciare dopo la distruzione.

«La vittoria», diceva, «non si misura soltanto da quanti nemici sono stati sconfitti. Bisogna an­che domandarsi che cosa rimane dopo la vitto­ria».

Fu proprio questa sua capacità di raccontare che attirò l’attenzione di alcuni ragazzini.

Erano in tutto cinque e conoscevano il vecchio da tempo, anche se fino ad allora lo avevano vi­sto soltanto da lontano. Qualche volta erano pas­sati davanti al mulino durante le loro passeggia­te. Si erano fermati a guardare la ruota girare e avevano cercato di indovinare chi abitasse in quella vecchia casa.

Quel primo pomeriggio, però, decisero di en­trare.

Il sole era ancora alto dietro le colline e una brezza fresca aveva cominciato a muovere le fo­glie degli alberi. I cinque arrivarono correndo lungo il sentiero, ma rallentarono quando videro il vecchio seduto davanti al mulino.

Era sulla veranda, con le mani appoggiate al bastone. Guardava il cielo. Nessuno parlò per qualche secondo. Il vecchio si voltò verso di loro.

«Avete fatto molta strada».

«Non tanta», rispose uno dei ragazzi.

«Quando si cammina senza sapere dove si vuo­le arrivare, anche una strada breve può sem­brare lunga».

I ragazzi si guardarono. Poi uno di loro do­mandò:

«È vero che conosci storie che nessun altro co­nosce?».

Il vecchio sorrise, e poi disse:

«Conosco alcune storie che gli uomini hanno dimenticato, ma non so se siano veramente mie».

«Come può una storia essere tua se non l’hai vissuta?».

Il vecchio rimase in silenzio per qualche istan­te. Dal torrente arrivava il rumore continuo dell’acqua.

«Una storia non appartiene a chi la racconta», rispose infine. «Appartiene a chi ha avuto il co­raggio di viverla e a chi ha il dovere di ricordar­la».

I ragazzi si avvicinarono. Il vecchio indicò al­cune pietre accanto alla veranda.

«Sedetevi».

I cinque obbedirono. Per qualche momento ri­masero in silenzio. Attorno a loro la valle sem­brava essersi fermata. Gli alberi si muovevano appena e il cielo, sopra le colline, stava assumen­do uno dei colori più belli che potesse esibire. Un uccello attraversò rapidamente lo spazio sopra il torrente e scomparve nel bosco.

«Vi racconterò una storia», disse il vecchio.

I ragazzi si fecero attenti.

«Una storia di molti anni fa. Una storia di guer­ra, di paura e di morte. Ma anche di coraggio, di amicizia e di fedeltà».

«C’era un re?» domandò uno dei ragazzi.

«C’erano comandanti».

«E cavalieri?».

«C’erano soldati».

«E mostri?».

Il vecchio sorrise.

«I mostri più pericolosi non hanno sempre l’aspetto che immaginiamo».

I ragazzi rimasero in silenzio. Il vecchio guar­dò verso le montagne.

«Quella storia comincia su un’isola lontana da qui. Un’isola circondata dal mare, con alte mon­tagne, grandi foreste, pianure fertili e città co­struite dal lavoro di generazioni. Il suo popolo era conosciuto per la laboriosità. Coltivava la ter­ra, costruiva case, allevava animali, commercia­va con altri popoli e viveva secondo leggi che in­segnavano a rispettare il prossimo».

Si fermò.

«Era un popolo perfetto?».

I ragazzi scossero la testa.

«No», disse il vecchio. «Nessun popolo è perfet­to. Ma conosceva il valore della vita, della parola data e dell’aiuto reciproco».

Una folata di vento attraversò la valle. Le fo­glie tremarono tutte insieme. Il vecchio riprese:

«Poi, un giorno, dal mare apparvero delle navi».

I ragazzi si sporsero in avanti.

«Da dove venivano?».

«Da una terra lontanissima. Una terra di sab­bia, rocce e sole, oltre un mare che sembrava non avere fine. A bordo delle navi vi era un esercito enorme».

«C’erano anche dei mercanti?».

«No».

Il volto del vecchio divenne serio.

«Erano guerrieri, erano barbari».

Uno dei ragazzi deglutì.

«E che cosa volevano?».

Il vecchio guardò ancora una volta il cielo.

«Volevano l’isola».

La ruota del mulino continuava a girare. Una pala dopo l’altra. Un giro dopo l’altro. Come se il tempo stesso stesse preparando il racconto.

«Quando gli abitanti dell’isola videro quelle navi», continuò il vecchio, «non potevano ancora immaginare che davanti a loro stesse per comin­ciare una delle guerre più terribili che il loro po­polo avrebbe mai conosciuto».

E mentre pronunciava queste parole, nella val­le si fece quasi buio. I ragazzi non si mossero. Nessuno aveva più voglia di tornare a casa. Il vecchio prese la brocca e versò lentamente dell’acqua in un bicchiere. Poi disse:

«Ascoltate bene. Perché quello che sto per rac­contarvi non riguarda soltanto una guerra. Ri­guarda ciò che un uomo è disposto a fare quando tutto sembra perduto».

Il rumore del torrente sembrò diventare più forte. E il vecchio cominciò a raccontare.


 

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