Grazia Deledda, Elias Portolu: la colpa, l’adulterio e il prezzo delle scelte

  

Grazia Deledda, Elias Portolu:

la colpa, l’adulterio e il prezzo delle scelte

Pubblicato nel 1903, Elias Portolu è uno dei romanzi più importanti di Grazia Deledda e quello che le procurò il primo grande successo internazionale. Fu infatti tradotto in diverse lingue e contribuì in maniera decisiva alla notorietà europea della scrittrice.

La vicenda di Elias, giovane sardo che torna a Nuoro dopo un periodo di detenzione, è costruita intorno a una passione proibita: l’amore per Maddalena, moglie del fratello. Elias vorrebbe cambiare vita, ma non riesce a liberarsi dal sentimento che lo lega alla cognata. Da questa debolezza nascerà l’adulterio e, successivamente, un figlio che sarà creduto dal marito di Maddalena come proprio. La storia conduce così il protagonista verso una drammatica scelta: diventare sacerdote nel tentativo di espiare la propria colpa e dare un nuovo significato alla propria esistenza.

Deledda non racconta però l’adulterio come una semplice storia d’amore contrastata. Ed è proprio questo uno degli aspetti che rende il romanzo ancora attuale. Dietro la passione di Elias e Maddalena c’è infatti una famiglia ferita, un matrimonio avvelenato e, soprattutto, una creatura innocente che viene al mondo dentro una situazione segnata dall’inganno.

L’adulterio, qualunque siano le motivazioni sentimentali con cui viene giustificato, non riguarda soltanto i due adulti. Le sue conseguenze si propagano nella famiglia e possono ricadere pesantemente sui figli. Un bambino non ha scelto il tradimento dei propri genitori, non ne conosce le ragioni e spesso non possiede neppure gli strumenti per comprenderlo. Eppure può percepire tensioni, silenzi, rancori, assenze e sofferenze. Non sempre riesce a esprimerle a parole: talvolta le manifesta attraverso il comportamento, il disagio, la chiusura o semplicemente attraverso un dolore che rimane invisibile agli adulti.

In Elias Portolu questa dimensione è particolarmente tragica perché il figlio nato dall’adulterio diventa inconsapevolmente il punto nel quale convergono le colpe e le contraddizioni degli adulti. La sua stessa esistenza ricorda continuamente a Elias la relazione proibita che avrebbe voluto cancellare. Il bambino, innocente, finisce così per portare sulle proprie spalle una storia che non gli appartiene.

È una delle intuizioni più amare della Deledda: gli adulti compiono le loro scelte, ma spesso sono i figli a ereditarne le ferite.

La scrittrice non costruisce però personaggi semplicemente buoni o cattivi. Elias è debole, tormentato, contraddittorio; Maddalena non è riducibile alla figura dell’amante; il fratello di Elias porta nella famiglia la propria violenza e le proprie fragilità. Deledda osserva tutti con uno sguardo che non assolve il male, ma ne comprende le radici umane. È proprio questa capacità di entrare nella coscienza dei personaggi senza trasformare il romanzo in un tribunale morale a rendere la sua narrativa così potente.

La sua Sardegna non è soltanto uno sfondo. Paesaggi, tradizioni, religiosità, pastori, riti e consuetudini partecipano alla vicenda come una presenza viva. La critica ha sottolineato come nella sua opera il particolare regionale finisca per elevarsi a una rappresentazione universale dei conflitti dell’uomo: colpa, passione, responsabilità, desiderio di redenzione e lotta tra volontà e destino.

Anche la scelta di Elias di farsi sacerdote merita una riflessione. Non siamo davanti a una vocazione sacerdotale presentata in modo semplice e lineare: essa nasce, almeno in parte, dal desiderio di espiare una colpa e di sottrarsi a una passione che non riesce a dominare. Proprio per questo la vicenda invita a distinguere tra vocazione autentica e ricerca di una via di fuga. Il sacerdozio non può essere un rifugio psicologico né una punizione che l’uomo infligge a se stesso: è una chiamata e una consacrazione.

Il dramma di Elias consiste nel fatto che cambiare vita esteriormente non significa necessariamente aver risolto il conflitto interiore. La memoria di Maddalena e del figlio continua a seguirlo. Deledda comprende così una verità profondamente umana: non basta fuggire da una colpa; occorre affrontarla, riconoscerla e assumersene la responsabilità.

Ed è proprio questa profondità psicologica a spiegare il valore di Grazia Deledda. Il Premio Nobel per la Letteratura le fu assegnato nel 1926 «per i suoi scritti idealisticamente ispirati, che con chiarezza plastica rappresentano la vita della sua isola e con profondità e partecipazione trattano dei problemi umani in generale». Non fu dunque premiata soltanto perché seppe raccontare la Sardegna, ma perché attraverso la Sardegna seppe raccontare l’uomo.

Elias Portolu ne è una dimostrazione esemplare. La storia di un pastore sardo, di una donna sposata, di un adulterio e di un figlio nato dall’inganno diventa una meditazione universale sulle conseguenze delle nostre decisioni.

Rileggere oggi Deledda significa quindi andare oltre la superficie della trama. Significa ricordare che la libertà non elimina la responsabilità, che una passione non rende automaticamente giusta una scelta e che, nelle crisi familiari, i figli sono spesso i più innocenti e insieme i più vulnerabili.

E forse è proprio questo il grande merito di Grazia Deledda: non predica, non condanna, non offre facili soluzioni. Racconta. E, raccontando con straordinaria partecipazione il dolore delle sue creature, costringe il lettore a interrogare la propria coscienza. La sua letteratura, nata dalla Sardegna e premiata dal mondo, continua così a dimostrare che le storie profondamente radicate in un luogo possono parlare, a distanza di più di un secolo, a ogni famiglia e a ogni essere umano. (Fulvio Badini - Tranchese)

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